Macramè un’arte antica e la sua storia

Macramè è un merletto creato secondo un’antica tecnica marinara con filati intrecciati e annodati tra loro, senza l’ausilio di aghi o uncini.

Precedentemente caduto nell’oblio più totale, solo da qualche anno questo tipo di lavorazione è ricomparso come novità conquistando rapidamente un posto importante tra i lavori femminili, grazie alla varietà di motivi che permette di eseguire e alla robustezza delle opere realizzate.

Anche se la parola “macramè” deriva dal termine mahramatum (fazzoletto) o da migramah (frangia per guarnizione), termini arabi, il macramè non si può considerare di derivazione araba; infatti sembra che già i Sumeri nel 3000 a.C. usassero questa tecnica per fermare la parte terminale dei tessuti.

Non è possibile datare e determinare il luogo di origine del macramè, è noto solo che l’annodatura dei fili verticali era la forma più semplice per “chiudere” un tessuto.

Il termine “macramè”, in antichità, non indicava la tecnica di esecuzione dei manufatti, ma piuttosto i capi di abbigliamento, oggetti per la persona, per la casa, ecc. che presentavano un bordo frangiato.

In Italia l’arte dell’annodatura arriva, nello specifico a Genova, nel 1200 circa, periodo in cui ebbe inizio una intensa attività mercantile.

Difatti i marinai, imbarcati sui velieri, durante le lunghe traversate che potevano durare anche mesi, trascorrevano le forzate ore di ozio mettendo in pratica questa tecnica e creando tessuti, amache, copribottiglie, cinture, borse con fili di corda annodati; usavano poi questi manufatti come “moneta sonante” per pagarsi vitto e alloggio nel paese in cui sbarcavano: era dunque merce di scambio.

Giunta in Italia, questa tecnica passò dalle mani degli uomini a quelle delle donne che la raffinarono usando fili sempre più sottili, fino a far diventare i lavori delle trine preziose.

Il macramè si sviluppò intorno al XVI-XVII secolo nei conventi e nei monasteri di tutta Italia, ma, senza ombra di dubbio, furono le donne liguri ad appropriarsene trasformandolo in ornamento per asciugamani (non a caso in genovese antico l’asciugamano si chiama “macramè”), lenzuola, tovaglie, ecc. che andavano a far parte dei corredi da sposa e degli arredi ecclesiastici.

Con l’emigrazione questa tecnica fu portata un po’ ovunque arrivarono i liguri, ma in particolar modo nei paesi dell’America Meridionale.

Di mano in mano, di madre in figlia, questa tecnica si è arricchita e complicata secondo la capacità e la fantasia delle sue creatrici, rimanendo comunque sempre fedele ai motivi di base.

Per il macramè non servono aghi, né ferri o uncinetti; bastano le mani e, per questo motivo, in molti ospedali americani ricorrono a questa tecnica per facilitare la riabilitazione di polsi, braccia e mani che hanno subito traumi.

I motivi che compongono il merletto nascono infatti da una sapiente disposizione di nodi e avvolgimenti.

Il macramé dunque, un’arte antica ma molto conosciuta anche nel Salento. Sebbene la tecnologia ha preso piede un po’ dappertutto, quest’arte è tornata ultimamente soprattutto nelle associazioni di arti e mestieri, dopo che ha visto un’esplosione negli anni 70, quando tra le viuzze dei nostri centri storici e soprattutto il pomeriggio d’estate, alla frescura, le nostre mamme e le nostre nonne erano soventi attorcigliare frange, trasformando così capi di abbigliamento in vere e proprie opere d’arte per le future spose.