“Fimmene, fimmene ca sciati allu tabaccu…”

Tra la fine dell’ottocento e i primi anni del novecento era stata intrapresa nelle campagne della provincia di Lecce e soprattutto più a sud, nel Capo di Leuca, un’immensa opera di sperimentazione dei tabacchi orientali, provenienti dalla Turchia, Grecia, Macedonia ecc. particolarmente indicati per il confezionamento delle sigarette.

I risultati positivi della fase sperimentale, l’impegno di molti proprietari terrieri in favore dell’aumento delle licenze di coltivazione, l’incremento della produzione e commercio del tabacco, avevano consentito in pochi anni nel Capo di Leuca un importante impianto industriale di tabacchi destinati all’esportazione.

La produzione del tabacco ha contribuito dopo la crisi del 1887 al rilancio dell’economia del Salento divenendo una delle principali fonti di sostentamento.

Nel Salento nei primi anni del 20° secolo, quella del tabacco era la coltivazione principale, quella che impegnava un intero anno di lavoro,soprattutto nella zona di Tricase, dove nel 1902 si costituiva una grossa cooperativa A. C. A. I. T., grazie all’iniziativa del deputato locale Alfredo Codacci Pisanelli e di alcuni proprietari terrieri della zona.

La cooperativa aveva lo scopo principale di organizzare la produzione di tabacco per sigarette, attività fino ad allora sconosciuta in Italia.

Nella fabbrica venivano occupate solo donne per un lavoro stagionale di pochi mesi all’anno,pur sempre in mezzo alle difficoltà in quanto soggette quasi sempre ai ricatti dei padroni.

Purtroppo, anche se questo lavoro rappresentava per le donne una piccola entrata economica, serviva comunque per l’iscrizione ai cosiddetti Elenchi Anagrafici che garantivano alle lavoratrici l’indennità di disoccupazione e i contributi “le giornate”.

Le donne del Salento grazie a questa occupazione sapevano che dopo la Befana e comunque entro la metà di gennaio iniziava la stagione lavorativa e per tre o quattro mesi a seconda dell’annata.

All’interno di ogni magazzino esisteva la figura che chiamavano “Maestra”, deputata al controllo della tabacchina, all’uscita dell’orario di lavoro, quasi perquisendola,un gesto ritenuto dalle stesse operaie denigratorio nel loro confronto, per cui la “Maestra” era malvista da tutte, quasi cattiva.

La speranza del lavoro nei magazzini era comunque una speranza per tutte ma non era scontato, perché dipendeva dal fattore e dalla possibilità di entrare nelle sue grazie.

Tutto questo ci fa pensare ai vari ricatti, soprattutto sessuali, infatti c’era una canzone che alludeva a questo: “fimmene, fimmene ca sciati a lu tabaccu ne sciati doi e ne turnati quattru”… LA LAVORAZIONE DEL TABACCO Il tabacco, raccolto in foglie, infilate una per una con un grosso ago chiamato “cuceddhra”, venivano rilasciate in uno spago di un paio di metri circa chiamati corde, e appese poi sui “talaretti” che venivano esposti al sole per l’essiccazione.

Questa operazione avveniva nei luoghi chiusi, in garage, cantine o grandi stanze, dove poi fungevano da contenitori del tabacco secco, raccolto in un insieme di corde “chiuppi” ed agganciati sulla volta della casa.

Quello svolto a casa era comunque un lavoro molto piacevole e rilassante che univa molto le famiglie in quanto venivano coinvolte per intero, dai genitori ai figli, ai vicini di casa che trovavano questo lavoro uno svago e uno scambio di favori vari.